Pensioni - regimi pensionistici in Europa
Lo stato dei regimi pensionistici in Europa
Analisi della "comunicazione" al Parlamento Europeo della Commissione Europea COM(2002)737 del 17.12.2002 per un progetto di relazione congiunta della Commissione e del Consiglio "in materia di pensioni adeguate e sostenibili"
Premessa
Il titolo della comunicazione non deve trarre in inganno: non vi é alcuna proposta seria, che intacchi i sistemi distributivi della ricchezza per sostenere politiche sociali coerenti. Al contrario queste ultime vengono sempre più subordinate da parte degli Stati membri alla loro sostenibilità economica. Il ragionamento della Commissione, che cerca di coniugare le politiche liberiste, prevalenti nell'UE, all'esigenza di non ridurre oltre la decenza i livelli di sussistenza dei pensionati presenti e futuri, si basa sull'allarme per l'invecchiamento demografico nell'UE.
Nonostante i buoni propositi di aumentare il tasso d'occupazione, sanciti a Lisbona nel 2000, a partire dal 2010 sarà critico il rapporto tra la diminuzione della popolazione attiva, in grado di accantonare contributi per la propria e l'altrui pensione, e la crescita dei pensionati correlata all'allungamento della speranza di vita. Il documento delinea un quadro di riferimento per definire alcuni obiettivi essenziali per modernizzare secondo la Commissione europea i sistemi pensionistici europei ed adeguarli al ridimensionamento delle politiche dello stato sociale.
I sistemi previdenziali sono sostanzialmente divisi in tre pilastri:
regimi pubblici basati sul reddito
regimi professionali privati (pensioni integrative aziendali e/o professionali)
piani pensionistici privati (offerti dal sistema assicurativo e bancario)
Segue un resoconto analitico sulle criticità dei regimi pensionistici in ciascun paese, sullo stato delle riforme in atto e sugli obiettivi conseguiti. Sull'Italia ad esempio, anticipando quanto verrà detto in seguito, il giudizio sulla riforma Dini é lusinghiero in quanto si ritiene che riuscirà a ridurre sensibilmente i tassi di sostituzione delle pensioni: il rendimento cioè delle pensioni rispetto all'ultima retribuzione percepita[1]. L'introduzione del metodo contributivo, sostenuto peraltro dall'UE, come unico sistema di accantonamento accelererà questa riduzione soprattutto per le nuove figure contrattuali che saranno obbligate a ricorrere a forme integrative di pensione.
Nei documenti conclusivi dei vertici europei successivi a Lisbona, cui si fa riferimento quale pietra miliare per le politiche sociali e per l'occupazione, l'intreccio tra sostenibilità finanziaria delle pensioni e loro adeguatezza viene continuamente sottolineato: per avere pensioni adeguate va prima assicurato il loro finanziamento anche e soprattutto ricorrendo al mercato privato. Però pur riconoscendo la necessità di aumentare la massa contributiva a disposizione, che potrebbe essere reperita tassando ad esempio le rendite da capitale, si é preferito insistere sull'attuale modello chiedendo agli Stati membri di:
aumentare il tasso di occupazione (da realizzare anche prolungando la vita lavorativa degli attuali occupati per contare su una maggiore quantità di contributi),
ridurre il debito pubblico (diminuendo la pressione dei sistemi pensionistici pubblici sulle finanze degli Stati membri per via dell'invecchiamento, riducendo le prestazioni),
riformare i sistemi pensionistici (si riconosce l'efficacia dei sistemi pubblici per l'ampio spettro di protezione sociale assicurata, ma l'integrazione a pieno titolo del 2° e 3° pilastro sono ritenuti indispensabili quindi supportati e regolamentati)[2].
Gli undici obiettivi della Commissione europea
Adeguatezza delle pensioni
1. Prevenire l'esclusione sociale
Si prende atto che sono diverse da paese a paese le modalità di erogazione di un reddito minimo garantito agli anziani per tutelarli dal rischio della povertà, anche se oggi la loro esposizione a tale pericolo é molto più elevata che in passato (1998), quando questo rischio era in parte condiviso anche da parte della popolazione attiva. La prevenzione oggi avviene sia perché vengono "nominalmente" aumentati gli importi delle pensioni minime (Italia e Grecia), sia perché viene erogato un sussidio integrativo al reddito da pensione. In Irlanda e nel Regno Unito é dato in funzione delle condizioni economiche ed a patto di aver completato il periodo di contribuzione. In Olanda e Danimarca viene assicurata una pensione forfetaria, non collegata al reddito, per tutti coloro che siano stati residenti nel paese in età lavorativa.
Secondo la CE questa tutela dei regimi pubblici potrà proseguire a condizione però di riformare gli attuali sistemi, che permettono troppe opportunità per uscite anticipate rispetto all'età pensionabile stabilita. Altra strada suggerita, ma priva di proposte operative é quella di aumentare le pensioni minime sorrette dalla fiscalità generale.
2. Consentire il mantenimento di un tenore di vita adeguato
Gli Stati europei non riconoscono esplicitamente quest'obiettivo nell'impostazione dei propri regimi pubblici, anche se alcuni lo affermano in via teorica[3]. Subentra a questo punto l'adesione ai fondi integrativi privati, che in alcuni paesi, stante l'importo forfetario delle prestazioni obbligatorie (Danimarca, Olanda, Irlanda), viene negoziata nei contratti collettivi e quindi copre un numero elevato di dipendenti (il 90-91% dei lavoratori dipendenti in Olanda e Svezia). Quest'esigenza diventa però inderogabile in paesi quali Regno Unito e Belgio, dove i livelli di pensione pubblica basati sul reddito sono relativamente bassi. In altri paesi le percentuali dei lavoratori, già coperti dal sistema previdenziale pubblico, che aderiscono a sistemi privati aziendali oscillano dall'1,7 della Francia al 10% della Spagna. Belgio, Germania e Spagna vorrebbero rendere obbligatoria tale adesione, mentre l'Italia, in cui la sottoscrizione a fondi aziendali coinvolge l'8,7% dei dipendenti già tutelati dal sistema pubblico, non ha ancora deciso se proporre la medesima obbligatorietà.
In realtà una valutazione comparata tra i diversi paesi del tenore di vita dei pensionati é difficoltosa, perché le statistiche prese in esame dalla CE non includono l'eventuale proprietà della casa o le esenzioni dal pagamento dei trasporti o di alcuni servizi pubblici.
Il paragone viene fatto inoltre sui tassi di sostituzione lordi senza tenere conto di particolari esenzioni fiscali. La filosofia imperante é quella di ridurre la "generosità" dei sistemi pubblici esistenti, livellando verso il basso le loro prestazioni per poter poi giustificarne l'integrazione con fondi aziendali strettamente collegati alla vita professionale. Si elogia infine la "neutralità attuariale" dei sistemi svedesi ed italiano, che hanno di fatto imposto il prolungamento della vita lavorativa fino ad almeno 40 anni di contribuzione per ricevere tendenzialmente la medesima copertura che si otteneva con le pensioni di anzianità[4].
3. Promuovere la solidarietà
Si riconosce che i sistemi a ripartizione garantiscono una migliore solidarietà ridistribuita tra generazioni e tra pensionati della medesima generazione, anche se tale meccanismo, efficace in passato, potrebbe esserlo meno per le generazioni dei future a causa delle ritenute previdenziali ridotte o inesistenti dell'attuale popolazione attiva e per via della diffusione di contratti anomali.
La Commissione cerca quindi di dimostrare, citando la relazione presentata dall'Olanda, che elementi di solidarietà sono insiti anche nei meccanismi a capitalizzazione a prestazione definita propri del 2° pilastro, grazie al fatto che potrebbero essere ridistribuiti a favore di pensionati più deboli i maggiori proventi da investimento ottenuti nelle fasi di alto rendimento del mercato finanziario, senza nulla sottrarre ai contribuenti futuri-pensionati. Il ragionamento è ancorato però all'andamento borsistico e alla capacità di adesione dei lavoratori ai fondi integrativi che oggi, almeno nel nostro paese, coinvolge dipendenti a reddito medio-alto. D'altro canto in Italia l'affermarsi dei fondi professionali, che non contengono di per sé elementi ridistributivi, sta creando sperequazioni di reddito tra i pensionati più giovani e sulla stessa possibilità di accesso di questo gruppo ad altre fonti di reddito a capitalizzazione finanziaria.
In sintesi chi può, potrà assicurare solo per sé una pensione adeguata. Il ricorso, infatti, alla fiscalità generale o alla spesa sociale nazionale viene invocato solo per colmare situazioni di palese povertà, che però coinvolgeranno strati di popolazione tendenzialmente crescenti se prosegue la destrutturazione dello stato sociale in Europa. Il nuovo sistema svedese obbligatorio, basato sul reddito, é in grado di poter assicurare un rendimento costante per tutte le fasce di età, sia per la componente a ripartizione, sia per quella a capitalizzazione. In realtà il meccanismo di stabilizzazione previsto in questo secondo caso sposta l'onere del rischio sui futuri beneficiari, "offrendo" la possibilità di integrare i diritti a pensione eventualmente intaccati lavorando più a lungo. Le pensioni più basse vengono integrate al minimo agganciandole all'andamento dei prezzi, ma solo se i beneficiari sono stati effettivamente presenti in età lavorativa in Svezia.
Sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici
Gli obiettivi appresso elencati sono presi in esame dalla Commissione europea al solo scopo di renderli compatibili e subalterni agli orientamenti generali di politica economica enunciati dal Patto di stabilità e di crescita. Ne consegue che, anche obiettivi condivisibili come l'aumento dell'occupazione, sono assoggettati alla realizzazione delle politiche economiche dei singoli stati in coerenza con i Trattati di Maastricht e di Amsterdam ed implementati solo in quest'ottica.
In realtà le politiche europee per aumentare il tasso d'occupazione nell'UE[5], stentano ad essere realizzate nella maggior parte degli stati ad eccezione dei paesi scandinavi, dell'Olanda e del Regno Unito. Gli altri paesi, tutti con tassi di occupazione inferiore a quelli previsti, promettono riforme strutturali, ma annunciano tempi lunghi per implementarle e soprattutto per ottenere effetti positivi sull'incremento della massa contributiva per le future pensioni.
4. Aumentare i livelli d'occupazione
La Commissione europea é convinta che una tendenziale piena occupazione e sostenibilità dei sistemi pensionistici pubblici debba obbligatoriamente "sfruttare" sacche di inattività presenti in fasce di popolazione, anche in età avanzata, che o si é ritirata dal ciclo produttivo troppo presto o non viene sufficientemente motivata e sostenuta ad inserirsi nel mercato del lavoro. Da qui la volontà di innalzare il tasso di occupazione femminile e di mantenere alto (50%) quello dei lavoratori anziani. Alcuni paesi intraprendono seriamente iniziative per migliorare la qualità del lavoro, la formazione professionale continua, l'assistenza sanitaria e gli incentivi fiscali e previdenziali, a vantaggio della congruità delle pensioni, per incrementare gli occupati. Questo avviene anche favorendo concretamente l'inserimento di manodopera immigrata considerata una risorsa "contributiva" indispensabile all'intero sistema pensionistico (Danimarca e Spagna).
Altri paesi invece oscillano tra sgravi contributivi ai datori di lavoro, perché assumano ultra 45enni se non ultra 57enni ed altre agevolazioni sul lato della domanda, che rischiano di non incrementare nella misura sperata la massa contributiva utile. Non tutti i paesi inoltre coniugano le proprie politiche occupazionali con un miglioramento delle prestazioni dello stato sociale ad esempio investendo in servizi, asili nidi o migliorando le pari opportunità nell'accesso al lavoro.
Vengono al contrario privatizzati sempre più i servizi essenziali con la conseguenza di ridurre i salari reali di chi, reinserito al lavoro dopo lunga assenza, per di più in età avanzata e con una contribuzione previdenziale ridotta, non potrà né aspirare ad una pensione dignitosa né essere in condizione di costruire privatamente la propria pensione. Una doppia beffa quindi in nome del risparmio liberista su qualsiasi spesa riguardi il sociale, la previdenza o i servizi pubblici.
5. Prolungare la vita lavorativa
Il ragionamento é il seguente: se aumenta la speranza di vita media a partire dai 65 anni[6], e i dati confermano che questa aspettativa é aumentata di un anno per ciascun decennio trascorso, bisogna prevedere di lavorare più a lungo! La Svezia é la prima a sostenere che non sarà possibile mantenere le età pensionabili effettive attuali, senza aumentare contributi, imposte e ridurre le prestazioni pensionistiche. Ciò non necessariamente comporta l'innalzamento dell'età pensionabile, sarebbe sufficiente riallineare l'età del ritiro effettivo a quella prevista per il pensionamento obbligatorio: prepensionamenti, esodi agevolati e baby pensioni hanno permesso questo scarto, che in paesi quali Belgio, Italia, Lussemburgo e Austria é molto rilevante.
L'obiettivo europeo é quello di mantenere occupata la fascia di lavoratori tra i 55 e i 64 anni, invitando a disincentivare i prepensionamenti e a rendere più redditizio proseguire la propria attività lavorativa con sgravi fiscali o vantaggi previdenziali. Questo avrebbe dovuto comportare il varo di piani produttivi nei diversi comparti in crisi per sostenere l'occupazione migliorando qualità e condizioni sociali generali. Invece in Italia il ricorso ai prepensionamenti, esteso anche a settori non in crisi, é stato soprattutto dettato per distribuire favori a grandi aziende pubbliche e private e contemporaneamente sono state attaccate unicamente le pensioni di anzianità a fronte dell'assenza di politiche contro le lavorazioni usuranti e per la tutela della salute in fabbrica.
La Commissione finge di suggerire un atteggiamento flessibile per stimolare l'occupazione dei lavoratori anziani, anche se, di fatto, viene proposto un innalzamento di almeno cinque anni dell'età pensionabile grazie a disincentivi "obbligatori" a lasciare il lavoro prima dei 60 anni o per via di riduzioni progressive di prestazioni, attuate un po' in tutti i paesi. La tendenza é avere un'età pensionabile compresa tra i 62-68 anni per attestarsi nel giro di pochi anni alla soglia superiore: i dipendenti delle istituzioni europee sono in sciopero contro la proposta della Commissione, sostenuta da tutti gli Stati membri di innalzare l'età del pensionamento a 68 anni.
Diverse sono state le modalità con cui si sono ridotti i prepensionamenti (sospesi in Danimarca dal 1996, da eliminare definitivamente entro il 2006, ma reintrodotti con una nuova legge del 2001 contro un maggiore versamento volontario), le pensioni di disoccupazione (da eliminare gradualmente in Finlandia tra il 2009 e il 2014). Sono tutti provvedimenti adottati con l'analogo intento di avere gli anziani più a lungo sul posto di lavoro!
Resta comunque il problema dell'impatto finanziario e dell'efficacia di queste diverse misure sulla loro sostenibilità in ogni singolo paese. Un reale risparmio sull'attuale spesa pensionistica si realizza solo se, elevando di cinque anni l'età di pensionamento effettiva, non si aumenta il tasso di sostituzione, cioè se i maggiori contributi versati non implicano la maturazione di diritti aggiuntivi. In caso contrario, come ad esempio nei sistemi pensionistici a contribuzione definita, il vantaggio é notevolmente ridotto poiché la spesa pensionistica si manterrà elevata a beneficio di una maggiore adeguatezza delle pensioni.
Alcuni paesi europei ritengono inoltre che tassi di occupazione incrementati con gli strumenti proposti, ma non aumentabili all'infinito, difficilmente da soli compenseranno la futura spesa pensionistica: servono altri strumenti e altri modelli per sostenere le pensioni pubbliche.
6. Sistemi pensionistici sostenibili in un contesto di solidità delle finanze pubbliche
Gli Stati dell'UE dovrebbero ridurre il debito pubblico per fronteggiare l'invecchiamento e nel contempo "riformare" a tal punto i propri sistemi pensionistici per contenere le pressioni sulle finanze pubbliche, che assicurano una quota consistente della spesa pensionistica complessiva. Secondo le stime del GdL della Commissione composto da esperti di ciascun paese la spesa pensionistica pubblica ha assorbito in media il 10,4% del PIL nel 2000: i dati si riferiscono all'esame compiuto alla fine del 2000 e sugli effetti delle riforme già a regime nello stesso anno o avviate all'inizio del 2001[7]. In alcuni paesi, quali Germania, Finlandia, Portogallo, Grecia e Regno Unito i dati si discostano dalla prevedibile realtà perché i processi di riforma non sono stati ancora completati, ma comunque il dato a livello europeo é pari ad un'incidenza sulla spesa pubblica, in crescita media del 3,2% fino al 2050, per attestarsi al livello del 13,3% sul PIL.
Per finanziare questa maggiore spesa diverse sono le modalità di intervento statale a seconda che si tratti di pensioni minime, quasi ovunque finanziate da imposte, o di integrazioni alle pensioni del 1° pilastro: solo la Danimarca ricorre all'imposizione fiscale. La maggior parte dei paesi non intende aumentare le quote di contribuzioni già stabilite tra datore di lavoro e dipendente: diminuiranno invece la qualità e quantità delle prestazioni come prevede anche la riforma Dini. Al risanamento delle finanze pubbliche e riduzione del deficit molti paesi associano la creazione di fondi di riserva, già esistenti nei paesi scandinavi e in Lussemburgo e recentemente creati in altri (non in Italia) a tutela del regime pensionistico obbligatorio.
L'Italia dovrebbe assicurare una crescita di almeno il 2,2% annuo del PIL per reggere l'impatto della spesa pensionistica mentre, come recentemente ammesso, la crescita non supererà l'1,1%.
Inoltre il disavanzo sul PIL dal 2001 al 2002 é in crescita, già attestato al 2,4% e, come nel 2001 é lievitato al 110% del PIL l'indice dell'indebitamento pubblico. Quest'ultimo dato costituisce un vincolo per la sostenibilità del sistema pensionistico: la Commissione richiama quindi la legittimità delle sue raccomandazioni all'Italia e ad altri otto paesi, non tanto per l'efficacia della riforma Dini, quanto per l'incapacità strutturale di ridurre il debito pubblico, la cui mole si ripercuote negativamente sulla spesa per le pensioni.
7. Un corretto equilibrio tra prestazioni e contributi
L'eufemismo del titolo di questo obiettivo sta nel fatto che si prende atto che nessuna riforma vuole ritoccare le aliquote contributive, anzi in Germania esistono precisi vincoli di legge che obbligano il governo ad intervenire in caso di superamento della soglia del 20%, ma poi ci si compiace che i governi abbiano escogitato una serie di strumenti che sterilizzano le prestazioni ottenendo il medesimo effetto. Finlandia, Austria e Olanda ritengono di poter risparmiare nel ridurre il diritto alla reversibilità in virtù del forte incremento di occupazione femminile che sta assicurandosi autonomamente una pensione, Svezia e Italia hanno scelto di puntare sul sistema contributivo da cui discende il livello delle prestazioni future. Tale sistema, denominato a contribuzione definita, é in realtà sottoposto a mutamenti discrezionali nella definizione dei parametri, in modo tale da esporre i beneficiari a rischi finanziari che finora erano a carico dei contribuenti o del sistema. Viene declamato come uno spostamento qualitativo nell'equilibrio tra le generazioni, per cui i futuri pensionandi, per via della loro presunta maggiore longevità, soprattutto lavorativa, potranno meglio tutelarsi dall'altalena dei rendimenti di borsa !
8. Garantire che i sistemi pensionistici privati siano adeguati e finanziariamente solidi
Il quadro europeo é sostanzialmente diverso da paese a paese per via del differente radicamento delle pensioni del 2° pilastro. In termini di percentuale di pensioni erogate sull'ammontare totale si possono distinguere quattro fasce: nel Regno Unito e in Olanda le pensioni private forniscono circa il 40% del reddito totale dei pensionati, in Danimarca ed Irlanda il 25-35% e in Belgio, Lussemburgo e Svezia tra 10 e 25%. Negli altri paesi tale quota é inferiore al 10% se non inesistente come in Francia, Austria e Grecia, dove rimane maggioritario il sistema pubblico.
Nei paesi dove il 2° pilastro é più radicato, forme di garanzia e di assicurazione sui fondi di copertura, più o meno severe sono ovviamente previste per legge soprattutto quando i contributi dovrebbero essere prevalentemente assicurati dallo storno di riserve contabili dai datori di lavoro (es.TFR). Si fa riferimento alla proposta di direttiva europea in via di definizione, che detta norme prudenziali per gli investimenti, sui controlli di un'autorità di vigilanza e soprattutto sul fatto che i fondi vadano gestiti da soggetti terzi rispetto ai datori di lavoro ed ai contribuenti come già, di fatto, avviene in Irlanda e nel Regno Unito. Altre norme simili a quelle già in vigore nel mercato assicurativo (3°pilastro) sono adottate in Francia, Danimarca e Svezia, dove sono state prefigurate in anticipo, nel quadro regolamentare della futura direttiva europea, istituti specifici per la gestione dei fondi pensioni aziendali e professionali (Epap).
Il percorso è comunque delineato anche per quei paesi, compresa l'Italia, che si accingono a far crescere fondi privati professionali o aziendali, trasformando il TFR in "fondo chiuso" di categoria o stornando esplicitamente fondi ausiliari pubblici per finanziare quelli privati come nel caso della Spagna. Subentrano diversi vincoli: da quei paesi che limitano gli investimenti dei fondi pensione a non più del 10% delle attività della società promotrice (Olanda), a quelli che pretendono la definizione di un paniere in cui le attività patrimoniali a rischio siano sensibilmente ridotte (Francia, Lussemburgo). Va tenuto inoltre presente che la tutela da rischi finanziari e da un "boom demografico" di pensionati é presa in considerazione anche da paesi come la Finlandia per il sistema pubblico attraverso la costituzione di appositi fondi di riserva.
Ma il settore veramente a rischio é quello dei regimi pensionistici a prestazione definita in quanto la responsabilità padronale é limitata unicamente all'onere di versare contributi prestabiliti, senza essere implicati nella loro rivalutazione per assicurare pensioni adeguate.
Sono problemi finanziari che riguarderanno sempre meno i datori di lavoro in sistemi pubblici destrutturati in cui le uniche "certezze" le pensioni integrative private obbligatorie per contratto.
L'ulteriore tassello infine per rendere accettabile la sostenibilità del 2° pilastro riguarda i costi amministrativi dei fondi privati che, secondo stime OCSE, complessivamente oscillerebbero tra il 10 e il 35% dei contributi, dovuti soprattutto agli oneri assicurativi dei "fondi aperti". Un'enormità rispetto ai costi del sistema a ripartizione che non superano nei paesi UE l'1-1,5% delle spese totali. In Italia i costi di gestione dei "fondi chiusi" sono stimati allo 0,57% del valore delle attività e comunque implicano una riduzione consistente dei rendimenti. Se ne auspica, come in altri paesi, una sensibile riduzione accorpando in unico polo informatico la gestione di tutti contratti cercando di adottare per il settore privato le stesse economie di scala già in vigore nel pubblico, stornando cioè risorse pubbliche per creare infrastrutture al privato.
Modernizzazione: rispondere a nuove esigenze
La modernizzazione é presentata come il superamento di modelli di comportamento famigliare antiquati, di un'eccessiva permanenza nella medesima azienda e del forzoso adattamento a lavori flessibili e part-time, con la deprecabile scoperta che queste forme sono usate per discriminare la manodopera femminile. Quindi avere pensioni adeguate nel futuro, pur correlate a contribuzioni provenienti da queste nuove tipologie, diventa per la Commissione una sfida da affrontare ex-novo per l'eguaglianza di trattamento salariale e pensionistico tra uomo e donna, che proprio queste forme hanno contribuito "volutamente" a sperequare anche in termini generazionali.
Il modello produttivo, insito in questa flessibilizzazione lesiva degli stessi diritti basilari di uguaglianza tra i sessi, non viene criticato anche se comporta problemi nella parità di trattamento nel pagamento differito del salario cioè nell'erogazione della pensione.
9. Adeguarsi a modelli occupazionali e professionali più flessibili
La copertura previdenziale nell'ambito del 1° pilastro per le tipologie contrattuali atipiche pare essere sufficientemente assicurata, pur con forti penalizzazioni, e tenendo presente che il paragone della Commissione viene fatto nel confronto con i tassi si sostituzione già ridotti delle pensioni secondo il sistema contributivo. I veri problemi di diseguaglianze nei trattamenti da paese a paese sorgono sul diritto alla trasferibilità dei diritti a pensione in particolar modo se non si é iscritti ad un unico fondo, o se si é costretti a migrare da un fondo aziendale ad un altro. Esistono problemi di anzianità di permanenza in un fondo professionale (2° pilastro), che rischia di non essere integralmente riconosciuta per la ricongiunzione dei propri diritti.
La tendenza europea é quella di equiparare i lavoratori para-subordinati a lavoratori autonomi, esortandoli a aderire a fondi privati professionali o persino a costruire piani pensione personalizzati in funzione dei frequenti cambi di datore di lavoro: un fondo pensione "fai da te".
10. Realizzare le aspirazioni di maggiore eguaglianza tra donne e uomini
I sistemi pensionistici non sono orientati a soddisfare le esigenze della popolazione femminile: questa carenza riguarda l'esistente in cui, per via di una permanenza nel mercato del lavoro più ridotta, le donne in quasi tutti i paesi europei registrano sulle loro pensioni un divario, con quella percepita da un uomo, fino anche al 45% (Austria, Francia). Ció accentua il loro rischio di povertà. A partire dagli anni '90 questo rischio si é esteso più in generale a gran parte degli anziani che vivono da soli e cui i meccanismi esistenti assicuravano la sopravvivenza grazie all'istituto della reversibilità della pensione del coniuge o co il sostegno di assegni famigliari.
La Corte di Giustizia europea ha interpretato in modo restrittivo le deroghe presenti nelle norme comunitarie che differenziavano l'età pensionabile tra i generi, ivi comprese quelle che riconoscevano i diritti a pensione per maternità e il godimento delle pensioni di reversibilità. Con la motivazione di non voler perpetuare ruoli lavorativi e famigliari tradizionali, alcuni paesi nel quadro delle nuove norme europee, hanno reagito equiparando i crediti pensionabili per assistenza ai figli ad ambedue i genitori o risarcendo con periodi di contribuzione le madri per il doppio onere professionale e famigliare a prescindere se abbiano interrotto la propria carriera.
In Italia, Svezia e Spagna vengono offerte possibilità di pensionamento flessibile eguali per entrambi i generi, accentuando eventualmente i vantaggi di due anni di contribuzione aggiuntiva alla madre, in presenza però di almeno tre figli. Quasi tutti i paesi con tempi diversificati hanno unificato l'età pensionabile e stanno tendenzialmente riducendo le pensioni di reversibilità (dal 60% al 55% in Germania e Olanda) a fronte di un'effettiva crescita dell'occupazione femminile.
L'obiettivo dichiarato é di rafforzare i diritti individuali e di promuovere l'acquisizione di nuovi, dividendo le responsabilità tra entrambi i coniugi. Questo necessiterebbe interventi coordinati su settori politici importanti quali la protezione sociale, l'occupazione e la famiglia intesa come crescita dei servizi professionali di assistenza in alternativa a periodi ampi di interruzione.
11. Dimostrare la capacità dei sistemi pensionistici di affrontare le sfide
La trasparenza e affidabilità dei sistemi é assicurata da norme a tutela dell'informazione: resoconti annuali/quinquennali sulle proiezioni delle necessità di contribuzione per i prossimi 15 anni sono obbligatori in Germania. In Olanda e Danimarca i rendimenti e gli indici finanziari delle pensioni private sono monitorati dall'autorità di vigilanza e in altri paesi quali Svezia ed Italia si "privilegia" il dialogo e concertazione sociale per la verifica delle riforme in corso; analoghe iniziative più o meno istituzionalizzate vengono assicurate in Irlanda e Regno Unito.
Dovrebbero infine essere estese e formalizzate annualmente le informazioni ai beneficiari sui rendimenti dei piani pensionistici privati sottoscritti, siano essi professionali oppure aziendali.
Il documento, che rappresenta un progetto di relazione da sottoporre all'esame del Consiglio, si conclude auspicando un coordinamento sempre maggiore a livello europeo per la realizzazione degli undici obiettivi elencati e per adottare indicatori comuni al fine di valutare i futuri tassi di sostituzione e le misure di protezione sociale necessarie contro il rischio povertà. Su queste stesse linee guida anche i paesi candidati all'adesione all'UE saranno invitati a presentare le proprie relazioni strategiche sulle pensioni e ad adeguarsi ai processi di riforma liberista in atto.
(testo scritto nel marzo 2003)
[1] cfr. pgg. 7-8 "Un'altra previdenza è possibile" disponibile sul sito del Dipartimento Lavoro: è molto chiaro !
2 La proposta di direttiva sulle attività degli enti delle pensioni per lavoratori autonomi e subordinati (Epap) votata in 2° lettura dal PE il 12.3.2003, verrà adottata entro l'anno e va esattamente in questa direzione.
3 La Germania vuole garantire livelli pari al 68% dell'ultimo reddito dal 2030 con 45 anni di contributi, la Grecia vorrebbe assicurare il 70% ridistribuendo gli importi delle pensioni più ai pensionati giovani che agli anziani ultra65enni. La Finlandia il 60% del reddito a prescindere dallo scaglione di reddito con 40 anni di contribuzione.
[4] La riforma Dini ha diminuito il tasso di sostituzione delle future pensioni, riducendolo drasticamente soprattutto per coloro che partecipano ai regimi pubblici sulla base del sistema a contribuzione.
[5] Gli obiettivi sanciti dai Consigli europei di Lisbona e Stoccolma nel 2000 erano: un tasso d'occupazione totale pari al 70%, per le donne per il 60% e per i lavoratori anziani compresi cioè tra 55 e 64 anni pari al 50%.
[6] I dati confermano che questa aspettativa é cresciuta di un anno per ciascun decennio negli ultimi trent'anni.
[7] La media oscilla tra il 4,6% e il 14,5%, l'Italia si colloca al 13,8%, al 13,9% (2010), 14,8% (2020), 15,7% (2030-2040), 14,1% (2050) e la variazione in Italia non supererà il +2,2% del PIL a fronte del dato UE che sarà del +3,2%
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